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Home»Film/Serie TV»Il fotografo e il postino – Recensione: una ferita nazionale
Film/Serie TV

Il fotografo e il postino – Recensione: una ferita nazionale

Francesco GentileBy Francesco Gentile23 Maggio 2022Nessun commento6 Mins Read
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Il fotografo e il postino
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Svariati eventi segnano ferite indelebili nel cuore di nazioni intere. Ovunque nel mondo esistono casi di scomparsa, omicidi, rapimenti che hanno stretto il cuore di popolazioni e trasportato queste in mezzo alle strade, urlando aiuto a una giustizia quasi divina, poiché uno degli effetti di questi traumi collettivi, è la perdita di fiducia verso ogni autorità posta al di sopra del cittadino. Tutti complici, ma impossibile trovare un vero colpevole, perfino dopo l’ultima battuta di martelletto, di nuovo, squarci insanabili. Il fotografo e il postino: l’omicidio di José Luis Cabezas dona un’istanza perfetta di queste dinamiche, raccontando della scomparsa di un fotoreporter a Pinamar, provincia di Buenos Aires, Argentina.

Oppure potremmo dire: di un fotoreporter, di Pinamar e dell’Argentina. Un quadro completo di una Ziqqurat composta da edonismo, lusso e corruzione in alto, e dalla passione, rabbia e fervore in basso. Alejandro Hartmann, regista e sceneggiatore, costruisce un percorso disarticolato, per amor di narrazione, ma perfettamente lineare e limpido nella trasmissione delle informazioni, per amore di conoscenza ed esplorazione fluida di quel che fu un fenomeno sociale a partire da quel 25 gennaio 1997. Un documentario di parte e contemporaneamente neutro, delineando la sua posizione in precise scelte di montaggio.

Il fotografo e il postino

Sviluppo fotografico di una storia

Costruiamo un percorso partendo dall’alto: l’Argentina è da poco uscita da un periodo di dittatura militare e ha finalmente abbracciato un regime democratico; il presidente del periodo, Carlos Saùl Menem, ha trasformato Pinamar, località marittima della provincia di Buenos Aires, nel luogo della perdizione e nucleo politico-sociale della nazione. Riunioni tra ministri in camicia e bermuda, coperti da un tendone verde, con i piedi coperti dalla sabbia. Populismo e ostentazione, questa la narrazione della sua politica, perfettamente trasmessa attraverso classiche sequenze di interviste e video/immagini, contornate da particolari scelte stilistiche.

Essendo il “caso” Cabezas una storia di fine anni ‘90, regnavano ancora rullini e camere oscure: le stanze rosse nella quale avveniva, e avviene, il processo di sviluppo dei negativi, oppure, in questo caso, la definizione in immagini di una storia reale, il concetto base di un documentario. Ogni dinamica della storia diventa una foto da sviluppare, un negativo gettato nell’acido diviene un nodo in attesa di esser sbrogliato dal punto di vista di colleghi, avvocati e politici. Un collegamento semplice a livello creativo che facilita la composizione del puzzle allo spettatore, appagato anche a livello visivo e immerso nel caos investigativo. Il fotografo e il postino è quindi estremamente efficace nel creare e seguire un linguaggio d’esposizione che evidenzia contemporaneamente la sua posizione a riguardo, il contesto e gli indizi rilevanti.

No se olviden de Cabezas

Il fotografo e il postino ritrae l’Argentina

L’analisi ambientale non è solo un aspetto complementare alla definizione dei soggetti protagonisti, è parte integrante del cast. Distribuire il racconto di una ferita nazionale all’interno di un catalogo di ricezione globale come quello Netflix implica la necessità di far immergere l’occhio che guarda nella cultura colpita. La cura di questo aspetto fa schizzare alle stelle il fattore “immersione”, poiché allunga le sue radici ben oltre l’empatia umana e permette di vivere uno spazio urbano ancor prima di analizzare coloro che lo popolano, pur tenendo conto della preziosa opinione pubblica. Solo così frasi come: ”L’omicidio di José Luis Cabezas sintetizzò tutto il malessere dell’Argentina”, potranno effettivamente far scattare una risposta emotiva.

Il quadro completo si estende in ogni ambito dell’uomo poiché questo è un evento che ha coinvolto ogni branca della vita. Trattandosi della morte di un fotoreporter, il giornalismo e ancor di più il rapporto con il potere e l’analisi del potere stesso, hanno un occhio di riguardo. Si sà, il giornalismo è l’organo intermedio tra il popolo e il potere stabilito, il cittadino pone fiducia nei suoi emissari; se uno di questi sparisce, l’equilibrio si rompe, specialmente in un paese la cui ombra “dispotica” non è ancora dissolta del tutto. Tutto però è incerto, in incognito, perfino per i watchdogs: “I giornalisti sono manipolabili”.

Il fotografo e il postino

Equilibrio tra arte e storia

Si, questo è un caso politico: giacche e cravatte ovunque, microfoni spalmati a due centimetri dalla bocca di figure circondate che tanto non diranno nulla. Monologhi aggressivi e allo stesso tempo incredibilmente eleganti. Guardie del corpo, investigazioni private, insomma, l’immaginario standard. Ma il fotografo e il postino, complice di una storia di per sé a tratti surreale, riesce a imprimere questo dinamico, quanto statico e ripetitivo immaginario, di una forza narrativa “divertente” e attraente. In parole povere, c’è spazio per l’intrattenimento e per l’adrenalina da spy movie in questo documentario. Non si ferma a semplice lezione di storia, ma gioca, tramite il montaggio, ad enfatizzare momenti precisi, opportuni.

A posteriori si potrà constatare una differenza nei ritmi delle sequenze abissale e paradossalmente ciò garantisce all’opera un grande equilibrio tra arte e storia, narrazione ed esposizione dei fatti. Tante le figure coinvolte e le loro interconnessioni, ma il corso degli eventi risulterà sempre lineare. Il classico gioco tra “passato e presente” qui è realizzato soprattutto rispetto al comparto fotografico. La frenesia, il rumore e il 4:3 della pellicola “vecchio stile” si alternano perfettamente al formato wide, statico e definito della macchina da presa moderna. Tutto contornato da un buio generale e da un gioco di colori che soltanto alla fine si rivelerà falso, lasciando spazio alla natura e al tempo presente.

Il fotografo e il postino

Le nostre conclusioni su Il fotografo e il postino

Questo documentario racconta varie forme del potere nell’ambiente argentino. C’è il dolore e la fame di giustizia di un popolo. Perfino Maradona, uno degli emblemi nazionali, viene inquadrato mentre esprime il suo dissenso verso la scomparsa di un uomo che presto accompagnerà il calciatore nel suo diventare simbolo verso la lotta all’impunità: “No se olviden de José Luis Cabezas”. Il fotografo e il postino: l’omicidio di José Luis Cabezas, è disponibile su Netflix dal 19 Maggio. Per altre recensioni, news e approfondimenti sui mondi del cinema, serie tv, videogiochi, anime e manga, continuate a seguire Kaleidoverse e il resto dei nostri canali social: Youtube per le videorecensioni del venerdì alle 15, Instagram, Facebook e Telegram per rimanere aggiornati su ogni nostro contenuto.

80%

Il fotografo e il postino imprime a schermo, quasi letteralmente, l'immagine di una Argentina anni '90 , in pieno rinascimento dopo il periodo di dittatura militare, alle prese con un omicidio che presto si tramuterà nel ritorno di un trauma nazionale. L'esposizione visiva delle informazioni aiuta a seguire l'intreccio degli eventi complesso e scomposto, avvalendosi anche di una cifra stilistica particolarmente interessante. Vengono esplorati tutti gli ambiti della vita umana e i modi in cui questo gioco di potere ha intaccato l'animo fragile di un popolo esigente di giustizia.

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il fotografo e il postino José Luis Cabezas Netflix
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Francesco Gentile

    Figlio dell'astratto, cerco un po' di concretezza nell'arte cinematografica, forse non la scelta migliore. Studente di Scienze della Comunicazione, appassionato di qualsiasi cosa si muova su uno schermo. E basta?

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