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Home»Film/Serie TV»Peaky Blinders: The Immortal Man – Recensione di un cavallo stanco
Film/Serie TV

Peaky Blinders: The Immortal Man – Recensione di un cavallo stanco

Francesca RubinoBy Francesca Rubino29 Marzo 2026Nessun commento7 Mins Read
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Peaky Blinders: The Immortal Man Recensione
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I fan stavano aspettando questo momento fin dalla fine della sesta e ultima stagione della serie TV. Peaky Blinders ha segnato i suoi anni creando e trasformando un mondo basato sulla realtà e rendendolo un’icona, consacrando Cillian Murphy a stella del piccolo schermo. Steven Knight, però, non aveva intenzione di dire addio ai suoi personaggi e al suo mondo scozzese in maniera definitiva, ed è per questo che dal 20 marzo è disponibile su Netflix il gran finale della storia di Thomas Shelby: Peaky Blinders: The Immortal Man. Kaleidoverse ve ne parlerà in questa recensione, come sempre risparmiando gli spoiler.

Alla regia del film abbiamo Tom Harper (The Aeronauts), mentre la sceneggiatura ha la firma del creatore di questo universo, Steven Knight (Locke). Nel cast abbiamo Cillian Murphy (Oppenheimer), Rebecca Ferguson (Doctor Sleep), Packy Lee (The Shore), Jay Lycurgo (The Batman), Ian Peck (Wolfman), Thomas Arnold (La bussola d’oro), Ruby Ashbourne Serkis (Shardlake), Bonnie Stott (Happy Valley), Ava Hupperdine-Perrin, Tim Roth (Lie To Me), Sophie Rundle (Grandi speranze) e Barry Keoghan (Saltburn).

Peaky Blinders: The Immortal Man riporta gli spettatori nell’universo dei cappelli affilati di Birmingham.

Peaky Blinders The Immortal Man: la trama

1940: l’Europa è di nuovo in guerra e un nuovo intrigo politico si muove sotto la cenere. Nella sua tenuta di campagna Thomas Shelby (Cillian Murphy) si trova a fare i conti con il proprio passato e con le conseguenze delle sue scelte, mentre nuove minacce emergono sia sul piano personale che su quello criminale. Tra intrighi, alleanze fragili e giochi di potere, Tommy è costretto a rientrare in un mondo che aveva cercato di lasciarsi alle spalle per un ultimo, elegante giro di campo.

Ad accoglierlo, in una Birmingham devastata dai bombardamenti aerei, trova suo figlio Duke (Barry Keoghan) e un individuo pronto a tentarlo un’ultima volta. Il film si trasforma così in una storia di redenzione ma anche nella costruzione di un rapporto padre-figlio che parte dal fango per salire in alto fino al cielo, e si conclude con il sangue, il fuoco e i fantasmi, incarnati tanto quanto dall’uomo dagli occhi di ghiaccio, tanto quanto dalla misteriosa Kaulo (Rebecca Ferguson).

Thomas Shelby tira le somme della propria vita, ma il risultato lo porta a riaffacciarsi a un mondo che aveva salutato.

Visivamente impeccabile

Dal punto di vista registico Peaky Blinders: The Immortal Man è una fedele costola della serie TV che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni e che tanto abbiamo adorato. Da questo punto di vista, quindi, non abbiamo particolari note da segnalare: ogni momento è iconico, il montaggio è lento e si prende il suo tempo perché tenta di comunicare allo spettatore un andamento nella vita di Thomas sicuramente diverso rispetto ai fasti e alle sparatorie delle prime stagioni della serie TV.

Anche il cast è eccellente Cillian Murphy consegna ai posteri un Thomas Shelby maturo e più introspettivo, anche un po’ più triste ma in pace con sé stesso. A fargli da contrastare spicca la figura di Barry Keoghan, che si presenta come suo successore e trasmette il suo stesso carisma. La nota dolente del film, però, per noi resta la trama: la storia parte da eventi reali, ma in questo caso abbiamo notato come gli eventi reali siano stati asserviti completamente a una storia che, contribuisce a rendere il prodotto nel complesso piuttosto inconsistente e dunque tolti i momenti iconici non resta molto da ricordare.

Registicamente il film è una perla, ma la trama ne abbassa il valore.

Un ciclo che si chiude (sull’inizio e sulla fine)

Peaky Blinders: The Immortal Man si chiude così come era iniziata la serie TV, confermando come la parabola della banda criminale si sia gonfiata e piegata nell’insenatura che la Storia ha consegnato all’umanità tra i 2 conflitti che hanno segnato il XX secolo. La parentesi di 6 stagioni che il mondo ha amato è però un ricordo lontano: Thomas Shelby si erge solo alla fine dei giochi, pronto a chiudere la porta alle proprie spalle per guardare altrove.

Se infatti la serie TV aveva raccontato l’ascesa degli Shelby e dei Peaky Blinders a padroni di Birmingham possiamo dire che The Immortal Man è una sorta di testamento che proclama a gran voce l’addio alle scene di una figura tanto carismatica quanto primadonna come quella di Thomas Shelby, ormai re stanco del proprio titolo e della propria corona, desideroso solo di riposare e ricongiungersi con i propri cari. E forse parte della ridondanza che abbiamo trovato nel corso della pellicola sta in questo addio prolungato e – secondo noi – non necessario.

The Immortal Man saluta Thomas Shelby, ma l’uomo aveva già salutato il suo pubblico nel 2022.

Un One man show senza spettatori

In effetti è proprio l’assenza della famiglia Shelby a pesare molto in Peaky Blinders: The Immortal Man. Ovviamente non è una novità che dei tanti volti apprezzati nel corso degli anni non sia rimasto nessuno: una scorsa al trailer era sufficiente per capirlo. Il film infatti si concentra di più sul burrascoso e – lo diciamo tranquillamente, inesistente – rapporto tra Thomas e suo figlio Duke, e anche se i 2 personaggi funzionano molto bene insieme non basta introdurre un personaggio solo menzionato in passato per crearci intorno una base solida.

La figura di Thomas appare quindi come quella di uno sciamano che ormai ha perso interesse per le cose terrene, presenti e che guarda solo al passato. verso ciò che è già stato e che non ha più: la famiglia. Questo cristallizza in lui momenti che non potranno più essere e che si insinuano nella sua mente già ferita per colmare la solitudine. È soltanto ritornando alla città e ai conflitti che l’uomo può effettivamente riavere una un assaggio del presente e di ciò che potrebbe avere ma non è detto che sia effettivamente ciò che vuole.

Il film esplora a tentoni il rapporto tra Thomas e Duke, ma non basta a risollevare le sorti della trama.

Le nostre conclusioni su Peaky Blinders: The Immortal Man

Peaky Blinders: The Immortal Man è il ritorno nel mondo degli Shelby per un ultimo giro di campo. Steven Knight ha rispolverato l’iconico mondo creato a partire da fatti realmente accaduti e vi ritorna, consegnando al pubblico una storia che sa di commiato. La pellicola fa sicuramente la sua figura da un punto di vista registico e attoriale, con lo stile unico di Peaky Blinders e il cast stellato e pluriapprezzato dai fan e dal pubblico, ma pecca dal punto di vista della trama. La storia raccontata è carica di rimpianto e nostalgia ed è profondamente legata al carattere di Tommy, che conduce la pellicola vagando come gli spettri che gli infestano la mente.

Questo, se da un lato rende il film molto intimo, dall’altro minimizza e svuota di senso la trama vera e propria, che risulta insipida e di contorno. Forse dovremmo chiederci se, dopo 6 stagioni e una degna conclusione, era davvero necessario realizzare un film legato ai cappelli affilati di Birmingham. Secondo chi scrive se il risultato doveva essere un discorso sconclusionato forse era meglio restare in silenzio. Ma lasciamo il microfono a voi: cosa ne pensate di questo film? Fatecelo sapere con un commento qui o sulla nostra pagina Instagram, che potete seguire per restare sempre aggiornati sulle ultime novità, come la recensione di L’ultima missione, quella di One Piece 2 e quella di Young Sherlock. Ci leggiamo alla prossima!

I pro di Peaky Blinders: The Immortal Man
  • Il film riprende dove la serie si era conclusa con coerenza;
  • L’identità visiva del film conserva e trasmette quella della serie TV;
  • Tommy appare come un protagonista ancora più introspettivo;
  • Di primo acchito anche il contesto storico trasmette importanza e solennità;
  • Registicamente la pellicola ha un taglio più epico e addirittura action.
I contro di Peaky Blinders: The Immortal Man
  • Il film, dovendo condensare tutto in meno tempo, potrebbe risultare meno disteso;
  • La trama vuole comunicare troppo rispetto al minutaggio, e il risultato è incoerente;
  • Come conseguenza, i momenti riflessivi sono maggiori rispetto a quelli dinamici, rallentando la narrazione;
  • I personaggi secondari introdotti non vengono approfonditi, ma in questo caso, data la loro importanza, era necessario;
  • La conclusione è coerente e fa tirare un sospiro momentaneo agli spettatori, perché c’è un lieve riferimento a un possibile sequel.

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Scrivo. In pratica non so fare altro: sono goffa, timida e secondo qualcuno amo dormire a testa in giù come un vampiro (tranqui però, non sono un criptide).

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