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Home»Film/Serie TV»A Murder at the End of the World: recensione delle prime tre puntate
Film/Serie TV

A Murder at the End of the World: recensione delle prime tre puntate

Alessio PallottaBy Alessio Pallotta14 Novembre 2023Updated:13 Novembre 2023Nessun commento6 Mins Read
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Emma-Corrin - darbin
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Grazie a Disney abbiamo visionato in anteprima le prime tre puntate di A murder at the end of the world. Il nuovo lavoro dello sceneggiatore e regista di The OA Zal Batmanglij, serie prodotta da Netflix e da Brit Marling, quest’ultima anche co-creatrice e interprete in questo nuovo prodotto. Un duo che aveva già dimostrato le proprie abilità nelle precedenti produzioni – inclusa la suddetta The OA. Quest’ultima interrotta, senza un vero finale, dalla grande N. Sorte che troppe volte ha fatto patire ad altre serie – più o meno note. In questa nuova installazione ci si trova con un mistero, un omicidio, o tale sembra in un’ambientazione isolata e suggestiva. Sarà all’altezza dei precedenti lavori di Batmanglij e Marling o ci troviamo di fronte ad un’occasione mancata? Svisceriamo il tutto nella recensione delle prime tre puntate di A Murder at the End of the World.

A Murder at the End of the World

Un gelido benvenuto

La serie dà il benvenuto allo spettatore con l’intenzione di fuorviare la sua attenzione. Si viene immediatamente introdotti alla protagonista di questa miniserie Darbin, un ethical hacker che, grazie all’ambiente in cui è cresciuta, è riuscita a catturare un efferato Serial Killer. Tutto viene servito allo spettatore proprio attraverso le parole di Darbin stessa, con la lettura del libro autobiografico che raccoglie questa esperienza. Esperienza vissuta con un altro protagonista – molto importante ai fini della macro trama – Bill. Come detto poc’anzi, la prima puntata tende a fuorviare lo spettatore perché l’esposizione narrativa è ottusamente strumentalizzata per l’introduzione dei protagonisti. Di fatto l’intera serie prenderà il via solo nelle fasi finali della prima puntata. Darbin sarà invitata da Andy Ronson, un misterioso – quanto ricco – magnate della Robotica, a un ritiro in mezzo ai ghiacci assieme ad altri illustri ospiti: esperti in vari campi che vanno dalla costruzione di Smart City a cineasti di grande fama.

In questo ritiro è presente anche Bill – diventato un artista affermato – dopo anni che lui e Darbin non avevano più contatti. Proprio tra i ghiacci ci sarà il vero punto di svolta narrativo. Uno degli ospiti muore misteriosamente per overdose nella sua stanza. Per quanto l’accaduto venga classificato come suicidio, Darbin crede il contrario, cioè che sia stato un omicidio perpetrato da qualcuno tra gli ospiti di questo ritiro esclusivo. L’ambientazione dove il tutto si svolge è molto suggestiva, ma ci si trova per l’ennesima volta – nella storia del piccolo schermo – a contare su una struttura narrativa di natura prettamente derivativa. Difatti sarà semplice per gli spettatori più attenti scorgere, nascosta dietro la modernità e gli imbellettamenti puramente televisivi, lo scheletro narrativo di Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie. Racconto tra i più famosi e apprezzati della scrittrice inglese. Prendendo molti – forse troppi – elementi del romanzo e traslando tutto nella modernità.

Clive-Owen

Tecnica che non ripaga

Non solo i richiami a Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie sono palesi, ma ci si trova di fronte – a meno di un improvviso cambio di rotta – a una struttura narrativa che segue in modo perentorio e quasi ciecamente pedissequo la struttura narrativa dell’Enigma della Camera Chiusa. Donando a tutto l’intreccio narrativo un velo di banalità e un retrogusto di già visto. Sensazioni che rendono l’esperienza fallace e mancante del solito mordente che dovrebbe restituire un prodotto di questo genere. A rafforzare queste sensazioni sono anche due elementi pilastro in ogni produzione: le interpretazioni e la regia. Per quanto ci si trovi davanti ad un cast di tutto rispetto, con nomi noti del grande e piccolo schermo (tra cui e non solo: Clive Owen, Joan Chen e Alice Braga), c’è una dissonanza palese tra il cast e lo script, recapitando allo spettatore una sensazione di farsa. In una produzione più teatrale si sarebbe amalgamate in modo più organico e coerente di quanto fa allo stato attuale. In particolare Emma Corrin (Darbin) trasmette questo senso di dissonanza.

Passando allo spettatore una protagonista distaccata, che tenta in tutti i modi di rimettere assieme i pezzi di un mistero, ma che non riesce a trasmettere le sue angosce, le sue preoccupazioni né le sue paranoie a chi sta visionando la serie. Rendendo la sua Darbin una protagonista terribilmente poco simpatetica. Il tutto viene accompagnato dal secondo elemento a cui si faceva riferimento poco sopra, la regia. Per quanto Zal Batmanglij sia più che un mestierante, in questa produzione non riesce ad esprimere una regia che sa intrattenere. Ci si trova davanti a movimenti di macchina estremamente lenti, dilatati allo stremo, quasi letargici. È palesemente una scelta consapevole da parte di Batmanglij, ma che non ripaga. Se l’obiettivo era rassembrare lo stile di registi complessi e maestri dei tempi come Wim Wenders (in Paris,Texas) o Yasujirō Ozu (in viaggio a Tokyo), il compito è stato portato a casa in modo superficiale. Invece di enfatizzare l’introspezione della protagonista o dare spazio ad uno scorrere del tempo naturale, si è dato spazio a tempi morti e monotonia.

Le nostre conclusioni sulle prime tre puntate di A Murder at the End of the World

Le premesse per questa serie erano più che ottime, ma – per il momento – sono state disattese. In queste prime tre puntate, sono vari gli elementi che convergono a renderla una serie non sufficiente. Partendo da una implementazione di una struttura narrativa se non desueta, ormai abusata. Le prove attoriali, per quanto a volte buone, risultano troppo plastiche ed innaturali. Il tutto unito ad una regia che ci prova ma non ci riesce. Che con questa scelta allungano a dismisura la durata dei singoli episodi che si attestano tutti su quasi un’ora e venti di minutaggio. Rendendo ardua una narrazione dinamica in un lasso di tempo così esteso. Lasciando un senso di tedio e – probabilmente il più grave – nessuna curiosità sui successivi sviluppi della faccenda.

Le uniche note positive sono il poter vedere tanti volti noti del piccolo e grande schermo tutti assieme su un unico progetto e le stupende location in cui la serie è ambientata. Da portare all’attenzione è anche la colonna sonora composta da brani non originali ma estremamente ben piazzati e scelti. Voi avete già visto tutta le puntate uscite? Vi Sono piaciute? Siete in attesa delle prossime? Fatecelo sapere sui nostri social. Come sempre, vi invitiamo a leggerci su Kaleidoverse e a seguirci sulle nostre pagine social, dove pubblichiamo sempre contenuti. Se volete condividere con noi suggerimenti, consigli su nuovi film da vedere (ma anche anime, serie TV e videogiochi) o soltanto discutere delle ultime notizie, ci trovate sui nostri gruppi community, Facebook e Telegram.

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