Dopo diverse settimane dall’inizio della messa in onda di Euphoria 3, e un finale amaro, noi di Kaleidoverse siamo tornati a parlarne con uno sguardo più lucido su ciò che la serie ha realmente provato a raccontare.
Ciò che non è sfuggito all’occhio attento e critico del pubblico — suscitando anche numerose discussioni — è il contrasto estetico con le stagioni precedenti: brillantini, abiti eccentrici e makeup stravaganti, diventati negli anni un vero marchio di fabbrica della serie, sembrano ormai appartenere a un ricordo lontano dell’adolescenza. Ma non è cambiata soltanto l’estetica: questa nuova stagione sembra aver trasformato ogni personaggio in una riflessione più ampia sulla società contemporanea.
L’immagine che Euphoria 3 restituisce oggi è più fredda, spenta e disillusa.
I cambiamenti non passano mai inosservati
Come accennato, questa nuova stagione è differente dalle precedenti, come se la serie avesse deciso di crescere insieme ai suoi personaggi, rinunciando a quell’estetica adolescenziale che l’aveva resa iconica. A mancare, però, non sono soltanto i brillantini, ma anche l’inconfondibile colonna sonora di Labrinth, con i suoi suoni sperimentali e disturbanti, che ha lasciato spazio a un’atmosfera più silenziosa, perdendo la sua identità sonora.
Tuttavia, i fan più attaccati alla serie sanno che non è stata una scelta stilistica, ma il risultato delle diverse tensioni tra il cantautore e i produttori della storia. Lo stesso Labrinth ha infatti dichiarato di essersi sentito trattato male, e non più rispettato nell’ambiente creativo della serie.
Euphoria 3, una spirale senza via d’uscita
L’ultima volta che abbiamo parlato di Euphoria, ci eravamo lasciati con una Rue coinvolta in una situazione pericolosa, costretta ad affrontare il peso delle sue scelte. E, nel corso di questi episodi, nulla è cambiato. La storyline della protagonista appare intrappolata in un circolo vizioso, quasi priva di svolte capaci di sorprendere lo spettatore. Ogni evento nella vita di Rue è la diretta conseguenza delle sue azioni, dei suoi errori, e della sua incapacità di interrompere meccanismi che continuano a ripetersi.
È qui che Levinson insiste maggiormente: nel mostrarci, episodio dopo episodio, le stesse cadute, lasciando al pubblico una labile speranza che questa volta Rue possa scegliere diversamente. Ma più la serie va avanti, più è chiaro che le sue possibilità si riducono, fino a trasformare le sue scelte in qualcosa d’irreversibile.
Quando l’empatia non basta più
Vediamo Rue muoversi continuamente sull’orlo del precipizio, intrappolata in una dinamica che la tiene sospesa tra il caso e una fede che è narratrice onnisciente di questa terza stagione. Rue ha un piede nel vuoto e l’altro su una superficie troppo fragile per poterla sostenere. Ogni episodio mette in scena il suo progressivo declino, mostrando quanto sia costretta a spingersi sempre più a fondo, sacrificando ogni volta un frammento della propria coscienza.
E per i fan della serie è quasi inevitabile ripensare alla frase che le disse la mamma – a malapena nominata nel corso di questo capitolo – nella seconda stagione: “Rue, tu non sei una brava persona“. E forse, è proprio qui che Euphoria 3 colpisce più duramente: arriva un momento in cui empatizzare con Rue non basta più a giustificarla.
Sopravvivere invece di crescere: un quadro senza futuro
Ma il declino di Rue non è soltanto individuale. Euphoria 3 sembra voler raccontare qualcosa di più ampio: la persistente incapacità di offrire un futuro reale all’impersonificazione dello stereotipo generazionale. Ogni protagonista appare incatenato in una versione distorta del sogno americano. C’è chi cerca stabilità economica, chi continua a rincorrere l’approvazione maschile, e chi tenta disperatamente di trasformare la propria immagine in un’identità. Tutti recitano una versione adulta di sé stessi, senza possedere gli strumenti per esserlo davvero.
Ed è forse qui che la serie cambia marcia, proponendo il racconto di una ferita permanente. I personaggi di Euphoria non stanno crescendo: stanno sopravvivendo nelle conseguenze del proprio passato. Ma ciò che non sfugge è la concezione distorta, e completamente maschilista, che Levinson ha deciso di mostrare sullo stereotipo generazionale: la persistente oggettificazione sessuale della donna. È come se i suoi personaggi femminili avessero qualcosa da raccontare solo attraverso il proprio corpo, e non con la propria storia.
I personaggi in Euphoria 3 non stanno crescendo, ma sopravvivendo nelle conseguenze del proprio passato
Cassie e Nate, tra illusione e identità
L’ultima volta che abbiamo parlato di Cassie e Nate, ci eravamo lasciati con l’illusione di una stabilità finalmente raggiunta, un matrimonio nell’aria e diverse difficoltà economiche, poi diventate il vero motore della narrazione di Cassie e di Nate nei successivi episodi. I problemi economici di Nate si abbattono sulla coppia, lasciandolo vittima dei suoi stessi rischi.
Da quel momento, la loro storia prende una piega diversa. Nate subisce il peso del proprio fallimento – che segnerà anche il suo epilogo – mentre Cassie, insofferente all’idea di una vita ordinaria, decide d’investire nel proprio corpo. Ed è qui che la serie torna su uno dei suoi temi centrali: l’identità costruita attraverso lo sguardo degli altri.
Tra affetto e controllo: la nuova forma del legame tra Cassie e Maddy
Ma il vero colpo di scena di tutta questa stagione, rimane probabilmente il ritorno dell’iconico legame tra Maddy e Cassie. Il loro riavvicinamento è dolceamaro non solo per le due giovani donne, ma anche per gli spettatori più fedeli di Euphoria. È un assaggio di ciò che erano state, dell’iconicità che questo duo aveva rappresentato per un’intera generazione.
È evidente fin da subito che questo riavvicinamento è costruito sull’opportunismo reciproco e non nasce da un un vero perdono. Dopo anni dal disastro del triangolo con Nate, le due si ritrovano in una fase completamente diversa: Maddy non è più quella ragazza impulsiva delle prime stagioni, ma è una donna più fredda, cinica e consapevole delle dinamiche che regolano immagine, sesso e potere. Il loro primo incontro è volutamente ambiguo: non c’è una vera riconciliazione, ma soltanto due persone troppo stanche e ferite per continuare a odiarsi.
Un rapporto di bisogno e squilibrio
La relazione tra le due cambia ulteriormente quando Maddy inizia ad aiutare Cassie con la gestione della propria immagine online. E nonostante entrambe abbiano bisogno dell’aiuto dell’altra per affermarsi, il rapporto resta inevitabilmente squilibrato. Maddy mantiene il controllo della situazione, osservando l’ex amica con una miscela di compassione e disprezzo. Cassie, invece, continua a ripetere che Maddy è la sua migliore amica.
Eppure basta uno sguardo per percepire tutto ciò che rimane irrisolto tra loro: tensioni mai davvero superate e affrontate, ferite messe da parte. Nel corso di questa stagione, quasi a voler rivangare quel che erano state, il legame tra Cassie e Maddy si conferma centrale, costruito su un equilibrio instabile in cui entrambe continuano a essere l’una lo specchio e la risorsa dell’altra, pur muovendosi in una zona d’ombra che non ha nulla a che vedere con le storie adolescenziali che erano abituate ad affrontare insieme.
L’amicizia è la forma più pura dell’amore
Cassie, Maddy, e le conseguenze del passato
Cassie, a causa delle scelte e delle bugie di Nate, si ritroverà a dover fare pieno affidamento su Maddy, che a causa della loro amicizia e di un legame che non riesce a lasciarsi alle spalle, sarà costretta a dinamiche molto più grandi di lei, che la spingeranno nella fossa di Alamo.
E questo è senza ombra di dubbio l’aspetto più interessate di questa terza stagione di Euphoria: mostrare come certi legami riescano a sopravvivere al tempo e al dolore, senza tornare quelli di prima, ma senza perdere la loro intensità.
Lexi e Jules, uno presenza troppo silenziosa
Degli altri personaggi di Euphoria 3, in particolare Lexi e Jules, continuiamo a osservare una narrazione filtrata quasi esclusivamente dallo sguardo di Rue. Entrambe sono state ai margini della trama principale, più funzionali alla storia che realmente motrici di nuovi sviluppi narrativi. Le loro vite non aprono nuove storie autonome, ma si riflettono nel punto di vista di Rue.
Jules è la versione cresciuta della propria adolescenza, legata a un rapporto ambiguo con l’intimità. Il legame con Rue resta sospeso: è ancora lei a cercare contatto, mentre Rue continua a sottrarsi, troppo investita dai suoi problemi per preoccuparsene. Lexi, invece, pare aver intrapreso un percorso più lineare, una quotidianità apparentemente stabile che riflette aspettative già presenti ai tempi del liceo. Una stabilità che però si traduce anche in controllo e un costante tentativo di mantenere ordine nelle relazioni che la circondano.
Alcune persone restano ferme, mentre il mondo si evolve attorno a loro
Euphoria 3: un finale inevitabile
L’ottavo e ultimo episodio di Euphoria 3 non lascia nulla in sospeso. Ogni scelta narrativa sembra convergere in un’unica direzione, trasformando il finale in qualcosa che appare inevitabile, più che sorprendente. I riferimenti biblici disseminati nel corso della stagione, smettono di essere semplici suggestioni e diventano parte di una struttura narrativa più ampia, che trascina personaggi e spettatori verso una conclusione annunciata fin dall’inizio, ma impossibile da comprendere nella sua interezza fino a questo momento.
Il riferimento biblico più potente di questa stagione è quello al “bacio di Giuda”, che trova pieno compimento nella figura di Alamo: un presenza che si presenta come una scappatoia dai debiti di Rue, si rivela invece portatrice del tradimento definitivo. Rue, infatti, uscita dalla sua dipendenza con non poca fatica, si ritrova ad assumere delle pasticche presentate da lui come antidolorifici, tagliate in realtà con una sostanza che lei stessa aveva contribuito a introdurre nel circuito americano.
La dissoluzione finale di Rue
L’ironia tragica della sua parabola sta proprio qui: ciò da cui aveva provato ad allontanarsi, diventa lo strumento del suo epilogo.
La sequenza della fine di Rue, si apre a una dimensione più simbolica, attraverso la teoria dei “sette minuti prima della morte”. In questo spazio sospeso, Rue attraversa una serie di frammenti della propria memoria affettiva – Jules, la madre, la sorella, e soprattutto Fezco, presenza che assume anche un valore extradiegetico, segnato dalla scomparsa di Angus Cloud – fino all’abbraccio finale con la figura paterna, quasi a suggerire un ultimo passaggio verso una forma di riconciliazione.
Non ci sono buonismi o abbellimenti, ma solo il coraggio di racontare la verità
L’aiuto ormai è più una sconfitta che una vittoria
Una figura centrale, pur rimanendo spesso ai margini della narrazione nel corso di questa stagione – e più in generale dell’intera serie – è quella di Ali, sponsor di Rue. La sua presenza si muove costantemente tra sfondo e azione, fino a diventare decisiva nel finale.
Dopo il suo epilogo, vediamo infatti Ali scrivere il nome della nostra protagonista all’interno del suo taccuino: un gesto simbolico, legato al suo percorso di guarigione che si concretizzava nell’aiutare gli altri, e che mostrava anche i suoi fallimenti. Infatti il fallimento con Rue, segna il punto di rottura di Ali, spingendolo a un atto di vendetta nei confronti di Alamo, suscitando una forte approvazione del pubblico, che però al tempo stesso soffre insieme ad Ali.
Il ritorno alla Terra promessa
La sua storia, però, non si esaurisce in questo gesto, ma si chiude con un ritorno alla fattoria, introdotta nel primo episodio della terza stagione, e identificato da Rue come una sorta di Terra promessa: uno spazio di possibile redenzione, immaginato come approdo finale del suo percorso.
È proprio in questo ritorno che la serie chiude il suo cerchio narrativo, riportando tutto a un’origine che è insieme memoria, desiderio e impossibilità di fuga. Il finale di Euphoria 3 riflette senza ombra d’interpretazione, la visione che Levinson ha voluto imprimere nel corso di questa stagione, e in modo più discreto, nel corso delle precedenti: le persone come Rue non hanno mai avuto alcuna possibilità.
Euphoria 3 non racconta la redenzione, ma conferma che alcune scelte non hanno via d’uscita
Le nostre conclusioni su Euphoria 3
Dopo un viaggio di sette anni, Euphoria 3 si chiude con scelte radicali e ambiziose, rinunciando al fascino adolescenziale per un tono più adulto. Tuttavia, la scrittura frettolosa penalizza la serie: il finale appare sbrigativo e i personaggi di Jules e Lexi restano marginali. A convincere meno sono la rappresentazione femminile, appiattita da una costante oggettificazione, e una svolta estetica che perde l’identità visiva del passato, complice la pesante assenza della colonna sonora di Labrinth.
Pesano anche vuoti narrativi inspiegabili, come la sparizione della sorella di Rue. Nonostante i difetti, la stagione ha il coraggio di mettere un punto definitivo alla storia, senza promettere redenzione. A unire tutti è lo straziante, delicato omaggio ad Angus Cloud, che supera la finzione e segna il momento più alto e sincero di un finale imperfetto, ma coerente con la sua natura. Per leggere altre recensioni e rimanere aggiornati sulle nuove uscite, l’universo di kaleidoverse fa al caso vostro.
Pro
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La stagione mantiene coerenza tematica, senza perdere la propria linea narrativa.
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L’estetica, sebbene diversa, è adatta al racconto, diventando più fredda e disillusa, ma coerente con l’evoluzione della narrazione.
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Rue è il fulcro della storia e la ripetizione dei suoi errori diventa parte stessa del significato della serie.
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Il simbolismo, soprattutto quello religioso e morale, è più presente e strutturato rispetto al passato.
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Capacità della serie di generare dibattito e letture interpretative diverse.
Contro
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Alcune dinamiche, soprattutto legate a Rue, tendono a ripetersi troppo.
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La coralità delle prime stagioni si percepisce molto meno, si è quasi completamente dispersa.
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Alcune chiusure narrative danno l’idea di essere più funzionali che naturali.
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La centralità di Rue finisce per sbilanciare il racconto, lasciando talvolta gli altri personaggi troppo marginali.
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Alcuni personaggi secondari non trovano uno spazio autonomo per poter raccontare la propria storia.
