MonsterNegli ultimi anni il mondo del true crime è entrato in modo sempre più prorompente nelle case di migliaia di famiglie, tra podcast magnetici, libri affascinanti e casi di cronaca sempre più mediatici, è divenuto quasi quel che si suol dire “l’oppio dei popoli”. E sicuramente, tra i motori di popolarità di questo genere, Netflix ne è il leader.
Dal 2022, infatti, non ha smesso d’intrattenerci con la serie antologica Monster, ideata e creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, diventata nel corso degli anni un pupillo per Netflix (che, suo malgrado, continua a perdere qualità).
E quest’anno, dopo il successo devastante che vedeva protagonista la tragica vicenda dei fratelli Menéndez, Monster 4 è arrivata sui nostri schermi, raccontando uno dei casi di cronaca nera più famosi, affascinanti e controversi della storia americana, avvenuto alla fine del XIX secolo a Fall River, in Massachussets: la storia di Lizzie Borden, che continua a far discutere criminologi, storici e appassionati di crime in tutto il mondo.
Un cold case secolare, che continua ad attirare l’attenzione
La vera storia della famiglia Borden
La mattina del 4 agosto 1892, nella residenza Borden, il facoltoso Andrew Borden e la sua seconda moglie Abby furono barbaramente massacrati a colpi di scure nella propria abitazione. I sospetti convergettero immediatamente sull’allora trentaduenne Lizzie. A inchiodarla nell’opinione pubblica furono le forti tensioni per l’eredità, un alibi confuso e contraddittorio e la blindatura della casa, che escludeva la presenza di estranei, sebbene l’arma del delitto non fu mai trovata con assoluta certezza.
Nel celebre processo del 1893, la difesa puntò sul pregiudizio dell’epoca, ritenendo impensabile che una donna perbene potesse commettere un simile crimine, e fece leva su prove deboli e vizi procedurali. Il 20 giugno la giuria emise un verdetto di assoluzione, scarcerando Lizzie e lasciando il processo impresso nella storia come uno dei cold case più discussi d’America.
La storia raccontata da Monster 4
La storia che quest’anno Monster ha scelto di mettere in scena, reinterpreta le vicende di casa Borden, seguendo una giovane Lizzie (Ella Beatty) oppressa dalla rigida tirannia del padre Andrew e dalla matrigna Abby. Tra le mura soffocanti di Fall River, la quotidianità si trasforma in un incubo psicologico fatto di umiliazioni, divieti morali e rigide convenzioni dell’America vittoriana, dove la protagonista cova un risentimento sempre più profondo.
Al centro della narrazione di Monster, quasi ne fosse la spina dorsale, c’è il legame intenso, intimo e segreto tra Lizzie e la domestica Bridget Sullivan. Questa relazione sovverte le rigide barriere di classe dell’epoca, alimentando una complicità emotiva e una ribellione sotterranea, che spingono progressivamente le due donne vero la brutale resa dei conti finale.
Un colpo d’accetta risolve qualsiasi problema relazionale
Una vicenda troppo romanzata
Come già visto nelle stagioni precedenti dell’antologia Monster, che hanno sollevato accese polemiche e critiche feroci tra pubblico e storici, gli sceneggiatori hanno deciso deliberatamente di prendersi enormi e discutibili licenze narrative. Mescolando ellissi temporale e azzardati collegamenti cross-over, l’opera sceglie di deviare drasticamente dalla realtà documentata dai fatti originali.
L’intento iniziale di offrire una rigorosa e fedele ricostruzione cronachistica, viene così completamente accantonato. Proprio com’è accaduto con il capitolo sui fratelli Menénendez, Netflix decide di adottare la tesi colpevolista fin dall’inizio, scegliendo di sbilanciarsi nettamente sulla sua colpevolezza e mostrando chiaramente l’orizzonte degli omicidi e il percorso psicologico che spinge Lizzie a compierli.
Il prodotto Monster si trasforma quindi in un racconto audace, che sacrifica l’accuratezza documentaria per inseguire un impatto drammatico e spettacolo tipico della firma autoriale della serie.
Le differenze tra la realtà e la storia raccontata da Monster 4
La serie Monster, a tratti, sembra raccontare una vicenda completamente diversa. Nella realtà storica, infatti, la giustizia non stabilì l’identità dell’assassino: Lizzie fu assolta per mancanza di prove e pregiudizi di genere, proclamandosi sempre innocente. Al contrario, la serie adotta una netta tesi colpevolista, mostrando esplicitamente il delitto. Storicamente, la domestica Bridget fu solo una testimone chiave senza alcun legame intimo con Lizzie; la fiction, invece, la trasforma in una figura chiave che la spinge alla trasgressione.
Le tensioni familiari reali vertevano su questioni economiche e sull’eredità, ben lontane dagli abusi estremi e dall’ambiente tossico e opprimente dipinto a tinte fosche dalla serie. Infine, mentre i fatti si svolgono tra l’Ottocento e il 1927, lo show si concede ampie libertà stilistiche e temporali, inserendo collegamenti cross-over e richiami ad altri celebri criminali tipici del marchio antologico per esasperare la narrazione drammatica.
A quanto pare, anche un fatto documentato può essere reinterpretato
Perché farsi carico di critiche facilmente evitabili?
Le risposte a questa domanda potrebbero essere molteplici, la più semplice è: il consenso, in quanto la verità risulta spesso più noiosa della finzione. Oppure, se vogliamo dare fiducia alle licenze creative di Ryan Murphy, la risposta è forse più complessa: trasformare la cronaca giudiziaria in un’indagine psicologica e un’allegoria sociale, anziché limitarsi a un documentario storico. Operazioni come la serie Monsters cercano non solo una fedeltà filologica, ma soprattutto un impatto emotivo e visivo.
Per mantenere alta la tensione tipica del genere e scioccare il pubblico, i fatti vengono amplificati, trasformando un cold case in una dramma gotico divisivo, che fa discutere. Alterare le dinamiche familiari trasformandole in abusi, e inventare un legame intimo con Bridget, serve a inserire un sottotesto politico. La colpevolezza di Lizzie viene data per scontata per renderla il simbolo di una ribellione contro l’oppressione patriarcale la morale vittoriana.
Le criticità non ignorabili
Il limite principale di Monster risiede nel peso di dover raccontare fatti di cronaca facilmente verificabili. Scegliere di stravolgere la realtà storica per esigenze narrative fa perdere credibilità all’intera opera. Era già accaduto con i fratelli Menéndez, dipinti unicamente come avidi calcolatori anziché vittime di abusi. Analogamente, dare per scontata la colpevolezza di Lizzie Borden ignora la sua assoluzione e altera profondamente il verdetto storico ufficiale.
Sebbene una dose di romanzamento sia inevitabile in un prodotto televisivo, la serie calca troppo la mano introducendo elementi che tradiscono la verità documentata. Se un’opera si propone di esplorare storie di veri criminali, dovrebbe comunque preservare una base di rispetto per i fatti reali, evitando che le licenze creative e le forzature drammatiche finiscano per falsificare completamente la memoria dei casi trattati.
Nonostante le diverse criticità, Monster 4 non manca di punti forti
Malgrado i tradimenti storici, la serie vanta vibes straordinarie e una narrazione solida, priva di buchi di trama, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo. Grazie a un budget elevato, la messa in scena si avvale di una fotografia limpida e curatissima, valorizzando l’intero lavoro della crew.
Inoltre, il progetto ha il merito di riportare alla luce casi di cronaca imperdibili, offrendo un’immersione profonda nelle dinamiche umane. La sua forza risiede anche nella capacità di attrarre sia i puristi del genere crime sia un pubblico generalista, grazie a racconti reali che, pur romanzati, risultano incredibilmente intrattenenti.
A volte la capacità d’intrattenere può sacrificare la verità
Le nostre conclusioni su Monster 4
Monsters si conferma un’opera paradossale: da un lato vanta una messa in scena impeccabile, atmosfere straordinarie e una narrazione solida capace di catturare ogni tipo di pubblico; dall’altro, l’uso eccessivo di falsificazioni narrative e la distorsione dei fatti storici ne compromettono la credibilità. Scegliere di stravolgere la realtà processuale e documentata, trattando i casi con forzature sensazionalistiche, finisce per falsificare la memoria di vicende reali.
In definitiva, sebbene l’operazione Monster 4 riesca pienamente nell’intento di intrattenere e trasformare la cronaca in un’affascinante allegoria sociale e dramma gotico, ha delle importanti lagune che – speriamo – nei prossimi capitoli vengano colmate. Noi di kaleidoverse vi salutiamo e, come al solito, vi invitiamo a seguirci sulle pagine social e a visitare il nostro sito per rimanere aggiornati sulle nuove uscite cinematografiche e di gaming.
I pro di Monster 4
- La serie vanta vibes uniche, cupe e immersive che trasportano lo spettatore direttamente nelle vicende;
- La narrazione scorre fluida e senza buchi di trama, mantenendo alta la tensione dell’inizio alla fine;
- La messa in scena sfoggia una fotografia limpida e una cura impeccabile dell’immagine;
- La serie ha la grandissima capacità di attrarre sia gli appassionati del genere crime, sia i più diffidenti e scettici;
- Le performance attoriali sono di altissimo livello, dando spessore ed emozione ai personaggi in scena.
I contro di Monster 4
- I fatti reali vengono alterati eccessivamente per adattarsi a esigenze della narrazione drammatica;
- Dare per scontate dinamiche mai provate o colpevolezze smentite mina la credibilità della raccolta;
- Ripete le stesse criticità già ampiamente sanzionate nel capitolo precedente dedicato ai fratelli Menéndez;
- Il punto di vista degli show runner è troppo marcato durante la narrazione;
- Rischia di confondere un pubblico generalista, alterando la percezione di casi di cronaca reali che meritano il giusto rispetto.
