Dal fenomeno letterario al grande schermo, Verity sbarca finalmente in sala portando con sé quell’alone di morbosità e tensione erotica che aveva reso il romanzo di Colleen Hoover un vero e proprio caso editoriale. Pubblicato originariamente nel 2018, Verity rappresenta una deviazione radicale rispetto al panorama della scrittrice, conosciuta soprattutto per i romance contemporanei che l’hanno resa celebre. La Hoover ha infatti già collezionato diversi adattamenti dei propri libri: It Ends With Us, Reminders of Him, Regretting you e, adesso, Verity.
Come spesso è accaduto alle opere della Hoover, la critica è stata divisiva: da un lato le è stata riconosciuta l’abilità nel costruire un thriller domestico viscerale, capace di catturare il lettore fino all’ultima pagina, grazie anche a una scrittura pulita e diretta. Dall’altra, i critici più tradizionali hanno storto il naso davanti ad alcune scelte stilistiche, giudicando la caratterizzazione dei personaggi stereotipata e un finale prevedibile. E purtroppo, la critica cinematografica non si discosta da quella editoriale.
La trama di Verity
La trama segue le vicende di Lowen Ashleigh, una scrittrice in gravi difficoltà economiche che riceve un’offerta di lavoro irrinunciabile: completare la fortunata serie di romanzi di Verity Crawford, una celebre autrice rimasta paralizzata e catatonica in seguito a un tragico incidente. Trasferitasi nella cupa e isolata villa dei Crawford per consultare i materiali di lavoro per cominciare a scrivere, Lowen viene accolta dal marito di Verity, l’enigmatico Jeremy.
Tra le stanze polverose e opprimenti della tenuta, però, la giovane autrice scopre qualcosa che non avrebbe mai dovuto vedere: un manoscritto autobiografico e segreto redatto da Verity stessa, una confessione agghiacciante fatta di gelosie malate, eventi perturbanti e dinamiche familiari disturbanti. Da quel preciso istante, il confine tra realtà e paranoia svanisce completamente, trascinando Lowen in un vortice oscuro in cui la seduzione si mescola giorno dopo giorno a un pericolo costante e palpabile.
Leggere gli appunti di uno scrittore è come leggere il telefono di qualcun altro: non è mai una buona idea!
Un fenomeno editoriale di successo, ma un potenziale flop cinematografico
La sceneggiatura di Verity cerca di mantenere intatta la struttura del romanzo – una struttura a scatole cinesi – alternando i momenti di apparente quiete nella villa, con le rivelazioni scioccanti contenute nelle pagine scritte dalla scrittrice catatonica. È un continuo crescendo, che punta tutto sulla claustrofobia degli ambienti e sulla sensazione di non potersi fidare di nessuno, trasformando una semplice residenza di campagna in una vera e propria gabbia psicologica per la protagonista.
Sebbene l’intento fosse seguire fedelmente le vicende del libro, il risultato è ben distante dalla riuscita. Non è tanto l’inaccuratezza della trasposizione – che come già sappiamo viene inevitabilmente sacrificata per restringere il tempo cinematografico – quanto l’effetto sbrigativo ottenuto. Nonostante la sceneggiatura sembri intenzionata a seguire fedelmente il romanzo, la riuscita è ben distante, dando l’impressione di essere un’accozzaglia di eventi messi lì per arrivare ad un finale.
Una storia in cui il passato pesa più del presente
Il cuore pulsante di tutta la narrazione risiede proprio nel modo in cui il passato continua a pesare come un macigno sul presente, avvelenando ogni spazio vitale della tenuta. I ricordi tragici legati alla perdita di un affetto indispensabile della coppia, non viene mai percepita come antefatto, ma come una presenza fisica che soffoca i protagonisti, rendendo ogni interazione carica di un’inquietudine sottile e logorante, impossibile da ignorare.
In questo scenario, il punto di vista di Lowen diventa l’unico filtro attraverso cui lo spettatore tenta di orientarsi, sebbene la sua stessa stabilità emotiva venga messa costantemente a dura prova. Ed è proprio qui che incontriamo la falla più grande dell’intera narrazione: sebbene sappiamo dall’inizio che Lowen sia instabile e ne conosciamo le ragioni, ogni evento viene filtrato attraverso lei senza però permetterle di emergere davvero.
Ogni evento che vede protagonista Lowen, in realtà, non la ha mai come tale e viene semplicemente superato in un battito di ciack, senza troppe spiegazioni.
Un cast che sorregge l’intera struttura narrativa di Verity
A fronte di una regia che sceglie toni misurati e talvolta troppo sbrigativi, l’autentico motore propulsivo dell’intera pellicola risiede nella sua formidabile line-up di protagonisti, capaci di dare spessore a figure che avrebbero riscontrato non pochi problemi di credibilità. Anne Hathaway veste i panni di Verity Crawford con una magnetica, glaciale e disturbante freddezza, restituendo tutta la pericolosità di una mente apparentemente machiavellica e calcolatrice anche quando sembra essere costretta all’immobilità fisica più assoluta.
Dall’altra parte dello specchio, Dakota Johnson – nonostante appaia sottotono rispetto alla consuetudine – incarna con efficacia l’insicurezza di fondo e la crescente fragilità di Lowen. Mentre Josh Hartnett regala a Jeremy una densità ambigua e tormentata, non mancando certamente di evidenti carenze attoriali. Tutto sommato, però, la chimica del terzetto arriva potente sullo schermo, dando vita a sequenze ad alto tasso erotico e psicologico, in cui il desiderio si mescola con l’orrore, rappresentando senza ombra di dubbio l’apice qualitativo della trasposizione.
Gli attori sono il meglio del peggio, o sono stati davvero bravi? Sicuramente, degna di nota, è l’interpretazione di Anne Hathaway
Verity è un thriller che ha paura di sporcarsi le mani
Nonostante la confezione estetica curata e il carisma delle interpretazione attoriali – menzione particolare alla Hathaway riuscita nell’intento di costruire egregiamente un personaggio che vediamo comunicare soltanto con gli occhi per buona parte della pellicola – Verity lascia la sgradevole sensazione di un’occasione parzialmente sprecata. Pur seguendo i passaggi chiari e i colpi di sena del romanzo, la sceneggiatura sceglie inspiegabilmente di frenare proprio quando la narrazione avrebbe dovuto accelerare verso il baratro della follia.
La regia di Showalter, pur debitrice di grandi classici del genere, opta per un’estetica patinata a tratti fin troppo prudente, finendo per smussare quegli angoli di autentico degrado psicologico che avevano reso il libro un successo globale. Mancano totalmente il coraggio di affondare le mani nel cattivo gusto pulp e quella sana follia camp che avrebbe potuto eleggere il film a vero e proprio successo istantaneo del thriller erotico contemporaneo.
Delle criticità non troppo sottili
Oltre alle performance fornite dal cast principale, l’impatto visivo generale tende purtroppo ad appiattirsi sui canoni standard dei thriller da piattaforma, perdendo l’occasione di marchiare lo spettatore con un’identità visiva unica. In un panorama saturo di prodotti anonimi, Verity – dalla trama tutt’altro che scontata, ma resa tale dalla pessima sceneggiatura – avrebbe tratto immenso beneficio da un’audacia maggiore, osando con le luci, i contrasti cromatici e le inquadrature claustrofobiche.
Ciononostante, il film riesce a mantenere alta l’attenzione dall’inizio alla fine, confermando un prodotto per lo più solido per chi cerca intrattenimento senza troppi fronzoli e sovrastrutture. Rimane tuttavia il – non troppo piccolo – rammarico per ciò che questa storia sarebbe potuta diventare se solo si fosse avuta la stoffa e il coraggio di spingersi davvero oltre il limite consentito dalla produzione commerciale.
Ma, evidentemente, questo limite è la caratteristica più fedele di le trasposizioni dei libri della Hoover fatti finora.
Le nostre conclusioni su Verity
Nel complesso, Verity si rivela un adattamento cinematografico nella media, godibile e solido quanto basta, capace di soddisfare gli amanti meno accaniti del brivido e di reggersi interamente sule spalle di un cast che si può criticare ben poco. Non siamo certamente di fronte al capolavoro definitivo del genere thriller, ma un’opera pop che sa come intrattenere il proprio pubblico, lasciando il segno grazie a un triangolo attoriale potentissimo.
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I pro di Verity
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L’interpretazione corale degli attori rappresenta il vero motore e l’eccellenza assoluta della pellicola;
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I lettori appassionati del romanzo della Hoover ritroveranno intatti i nodi narrativi, le svolte e i colpi di scena più attesi;
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Le gestione degli spazi isolati della villa restituisce con efficacia la sensazione di un incubo domestico da cui è impossibile fuggire;
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Un thriller che sa come catturare e mantenere alta l’attenzione dello spettatore;
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Un finale inatteso, che ribalta l’intero arco narrativo.
I contro di Verity
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L’estetica generale appare eccessivamente patinata, priva di quel guizzo autoriale o di quella sporcizia visiva che avrebbe elevato il film;
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La pellicola sceglie di giocare troppo sul sicuro, rifiutandosi di affondare fino in fondo nel degrado psicologico più estremo e viscerale;
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Si poteva osare molto di più sul versante della follia e dell’eccesso, trasformando il progetto dominante del genere;
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Oltre alle performance del cast, la convenzione tende a uniformarsi agli standard commerciali contemporanei;
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Nella fase di transizione tra le ricerche di Lowen e la scoperta delle verità nascoste, il ritmo narrativo accusa diverse flessioni.
