Quando il mondo – scusate, quando gli Stati Uniti guardano al nostro Paese ci sono sicuramente alcune cose che per loro saltano subito all’occhio: la bellezza dei paesaggi, dei monumenti e delle persone. E la buona cucina. E la criminalità organizzata, con le sue regole e i suoi rigidi schemi. Ma anche la letteratura, certo. in particolare, tra i tanti classici amati all’estero, spicca la Divina Commedia. Spicca talmente tanto che, in un lungo processo di trasformazione, Dante è tornato a vivere su schermo grazie a La mano di Dante, il nuovo film di Netflix disponibile a partire dal 24 giugno. Kaleidoverse l’ha visto e ve ne parla in questa recensione, come sempre priva di spoiler.
La mano di Dante è l’ultimo lavoro di Julian Schnabel (Prima che sia notte). La sceneggiatura, basata sull’omonimo romanzo di Nick Tosches, è scritta da Louise Kugelberg (Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità) e Schnabel stesso. Nel cast spiccano Al Pacino (Serpico), Oscar Isaac (Ex Machina), Gerard Butler (300), John Malkovich (Essere John Malkovich), Louis Cancelmi (Killers of the flower moon), Gal Gadot (Wonder Woman), Guido Caprino (L’arte della gioia), Martin Scorsese (The Wolf of Wall Street) e Jason Momoa (Aquaman).
La mano di Dante: la trama
Nick Tosches (Oscar Isaac), scrittore, viene coinvolto da Joe Black (John Malkovich) in un piano per rubare e rivendere una copia manoscritta della Divina Commedia insieme al sicario Louie (Gerard Butler). Il colpo porta i 2 a una trasferta siciliana, dove sottraggono l’inestimabile documento al boss mafioso Don Lecco (Franco Nero). Al loro ritorno in terra statunitense Nick inizia un lungo iter per provare senza ombra di dubbio che il manoscritto è autentico, per poterlo rivendere senza alcun problema.
Nel corso di questi accertamenti lo scrittore conosce Giulietta (Gal Gadot), di cui si innamora follemente, e si ritrova sempre più coinvolto in una storia torbida e sanguinosa, mentre nel Medioevo lo spettatore vede un giovane Dante Alighieri muoversi tra Firenze, Roma e il nord Italia, incastrato tra la sua attività poetica, il suo amore e la devozione politica, che portano a essere esiliato dalla sua città e a vivere il resto dei suoi giorni sempre in movimento.
Uno scrittore e un sicario rubano un manoscritto della Divina Commedia, mentre nel passato Dante è costretto ad abbandonare Firenze.
2 binari evocativi
Dal punto di vista tecnico ci azzardiamo a dire che il film è di ottima fattura: si presenta con un tocco al limite dello sperimentale che però non ne appesantisce la visione, anzi. Lo spettatore resta ammaliato dal montaggio e dall’alternanza dei colori, che comunicano chiaramente la linea narrativa principale – quella di Nick in bianco e nero, quella di Dante a colori. Ma è la pubblicità intorno alla pellicola a fare il grosso del lavoro, perché il trailer incastra alla perfezione le scene presentando immediatamente il pezzo forte di La mano di Dante: il suo cast.
Raramente in un film sono presenti solo ed esclusivamente attori famosi e affermati, e questo è uno di quei casi in cui è stato chiamato in causa perfino Martin Scorsese. Il cast è uno di tutto rispetto, anche se per dovere di cronaca vi invitiamo a non fare l’esperimento di guardare il film in lingua originale. Il punto debole del film, tolto questo neo, è però la trama, che parte e si sviluppa come un noir con qualche influenza hard boiled per poi perdersi completamente, a un certo punto, in una traversa filosofica e metafisica che non tutti potrebbero apprezzare, anche per la lunghezza della pellicola – 2 ore e mezza.
Una quest postmoderna
La prima parte di La mano di Dante è piuttosto semplice e avvincente: uno scrittore eclettico con un tenue collegamento al mondo del crimine viene assoldato da un criminale per recuperare e accertare la veridicità di un manoscritto che fino a quel momento si pensava non esistesse. Nel farlo è accompagnato da un sicario pragmatico e di poche parole che si occupa principalmente di eliminare le tracce del loro passato, guidandolo e monitorandolo anche nell’ombra.
Il ritmo è piuttosto serrato e si muove tra schizzi di sangue e archivi silenziosi ricolmi di documenti, passando per istituti di ricerca. Dalla morte si passa all’indagine certosina, evidenziando una vera e propria ossessione per la Divina Commedia che inizialmente si mantiene su un piano completamente materiale e artigianale – per esempio, alla carta su cui è stato scritto il poema è dedicata un’intera scena. E questa ricerca molto dinamica si conclude con un climax a metà film che fa da bel colpo di scena.
Nella prima parte del film c’è l’indagine vera e propria, che detta un ritmo coinvolgente.
Scrivere è scavarsi dentro, amare è perdersi in un altro mondo
Nick, il protagonista del film, è uno scrittore che subisce una brutta battuta d’arresto in seguito a una perdita. Il compito affidatogli da Joe Black, per quanto surreale – perché un criminale dovrebbe incaricare uno scrittore di recuperare un artefatto così leggendario? Perché non assumere uno studioso? – gli dà un nuovo scopo e poter stringere tra le dita le pagine autografe di Dante lo apre a una vera e propria esperienza in cui il suo io sembra fondersi e sovrapporsi a quello del poeta in una sorta di familiarità sovrannaturale.
Il confine tra Tosches e Alighieri si assottiglia e si mescola ulteriormente quando entra in gioco Giulietta, una donna che dapprima lo aiuta come assistente per poi innamorarsi di lui. Una storia d’amore che viene raccontata come importante e quasi suggellata dal destino – Gadot interpreta infatti anche Gemma Donati, la moglie di Dante – ma che, paradossalmente, non viene affatto approfondita, anzi: ha un passo sbrigativo, in accelerazione insieme al resto della trama, che si perde tra Dante alla ricerca del modo migliore per narrare il Paradiso e Nick, perseguitato dalla mafia e tormentato dai propri demoni. Una spirale discendente che, purtoppo, fa perdere interesse a chi guarda.
Le nostre conclusioni su La mano di Dante
La mano di Dante colpisce lo spettatore per la bellezza conturbante delle riprese e per la bravura di un cast eterogeneo e celebre. La storia è un noir post-moderno che si fonde con un lato metafisico che si perde un po’ nel proprio vagare. Quella che inizialmente si presenta come una caccia a un manoscritto perduto diventa ben presto un viaggio alla ricerca della redenzione e dell’amore e corre su due binari: da un lato c’è Nick, lo scrittore tormentato dalla sua ossessione per Alighieri; dall’altra, in ben altra epoca, c’è Alighieri stesso, in fuga dalla sua Firenze.
Lo scrittore e il poeta si fondono in una ricerca spasmodica del Paradiso, il livello più difficile da imprimere su carta perché inafferrabile, proprio come la trama di questo film che alla fine si perde in sé stesso diventando una disserzione filosofica che chi non ha studiato o letto Dante potrebbe fare fatica a cogliere appieno. Voi cosa ne pensate? Lasciateci la vostra qui su Kaleidoverse o sulla nostra pagina Instagram, che potete seguire per restare sempre aggiornati sulle ultime uscite in campo cinematografico, seriale, videoludico e d’animazione. I nostri ultimi articoli sono la recensione di Domani interrogo, quella di Toy Story 5 e di Storia della mia famiglia 2. Alla prossima!
I pro di La mano di Dante
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Il cast è formato da nomi stellari, come Oscar Isaac e Al Pacino;
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La regia di Schnabel è evocativa e al limite dello sperimentale, incantando il pubblico;
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L’idea di differenziare le linee narrative e temporali nel film è ottima e orienta lo spettatore su quello che succede;
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Nel corso del film si affrontano temi profondi come l’arte, il rapporto tra spiritualità e potere e quello tra bellezza e violenza;
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Il film parte con premesse commerciali per tentare un approccio tutto suo all’autore fiorentino.
I contro di La mano di Dante
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La trama, a causa dei salti tra le linee temporali e la sfumatura tra i personaggi, a un certo punto diventa difficile da seguire;
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Il ritmo è inizialmente movimentato ma la seconda parte della pellicola sembra quasi andare in letargo;
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Dati i temi e la trama la durata del film risulta impegnativa e lo spettatore potrebbe perdere la concentrazione;
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Lo sperimentalismo di Schnabel si prende delle libertà visive che non tutti potrebbero apprezzare;
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Lo spettatore medio potrebbe trovare questa pellicola noiosa perché è molto sperimentale e filosofica.
